La scrittura professionale. Ricerca, prassi, insegnamento.
Atti del I Convegno di studi (Perugia, Università per Stranieri, 23-25 ottobre 2000), a cura di Sandra Covino (Firenze, Olschki, 2001)
Recensione di Rosa Casapullo
Il primo convegno in Italia sulla scrittura professionale
Questo volume rappresenta un importante contributo sulla scrittura professionale, argomento di interesse rilevante per la scuola e l'università, fatto oggetto, in questi ultimi anni, di un'attenzione sempre crescente anche da parte della pubblica amministrazione e delle aziende. La ricerca teorica, la prassi comunicativa e l'applicazione didattica sono i perni intorno ai quali ruotano i numerosi contributi qui pubblicati, ripartiti in sei sezioni sotto il comune denominatore del tema o della prospettiva.
Definire la scrittura professionale
Che cosa si intende per '"italiano professionale"? Francesco Bruni affronta la questione in un intervento denso e problematico che apre il volume (Approssimazioni all'italiano professionale e al suo registro). Dopo aver messo da parte il criterio funzionale, che risponde alla domanda in modo tautologico ("è la lingua che serve per lavorare"), e dopo aver eliminato ciò che non è italiano professionale ("non la preghiera né la letteratura, non il motto di spirito fine a sé stesso e neppure il testo giuridico..."), Bruni afferma chiaramente che allo stato attuale della ricerca più che definire parametri generali ha senso procedere ad "accertamenti su una pluralità di corpora testuali" trattati informaticamente.
Pur tuttavia, anche in assenza di un discorso globale sui testi professionali, che resta da fare, grazie agli strumenti offerti dalla retorica e dalla teoria dell'argomentazione, è possibile individuare una delle caratteristiche fondamentali delle scritture professionali nel "dosaggio variabile di informazione e di azione". Il carattere performativo dei testi professionali, che "vivono... entro un processo di negoziazione", si realizza attraverso alcune costanti testuali.
Mancano, o hanno una scarsa incidenza, i riferimenti anaforici, l'ellissi del soggetto, generalmente non umano, la variazione sinonimica. Viceversa prevalgono la ripetizione, la nominalizzazione, i connettivi logici, i tempi verbali commentativi (presente, passato prossimo), presenti di massima anche nei resoconti di tipo narrativo.
In conclusione, per Bruni la domanda corretta non è (o non è ancora): che cos'è l'italiano professionale, ma piuttosto, rovesciando l'ottica: quali "fasci di fenomeni (morfosintattici prima ancora che lessicali)" presentano "correlazioni tali da garantire quella definizione dei tipi di testi che appare oggi, in mancanza di dati quantitativi su fenomeni scelti opportunamente, fuori della portata dei nostri mezzi d'indagine".
Una classificazione dei tipi testuali
La ricerca sui tipi di testi ha superato da tempo la sua fase d'esordio. In Italia, grazie a Francesco Sabatini, la discussione sui tipi testuali ha messo in discussione i modelli classificatori fondati sull'atteggiamento cognitivo dell'emittente (la modalità descrittiva, narrativa, argomentativa, espositiva, istruttiva). La potenza di tali modelli, infatti, è inficiata dalla variazione non prevedibile delle caratteristiche di superficie nei testi reali.
Sabatini, com'è qui ribadito (I tipi di testo e la "rigidità" del testo normativo giuridico), ha invece focalizzato l'indagine sul "patto comunicativo" che lega chi produce un testo e chi lo riceve. Nel modello che ne consegue, regolato dall'intreccio di quattro variabili (rigidità/esplicitezza ed elasticità/implicitezza), gli aspetti formali manifestano l'atteggiamento comunicativo di chi produce il testo. "Pietra angolare" di questo edificio è il testo giuridico, che realizza una perfetta corrispondenza fra un tipo concreto di testo e il sistema virtuale della lingua.
Quando si passa all'esame di testi, o classi di testi, realmente prodotti, però, non si può che convenire con Bruni. La molteplicità dei testi che rientrano nella scrittura professionale è tale, e le strategie messe in atto così numerose e diversificate, da rendere vano ogni tentativo di razionalizzazione sulla base di pochi parametri.
Come giustamente afferma Sandra Covino, nell'Introduzione al volume: "per fornire descrizioni statistiche e modelli propositivi è ora necessario passare dalle campionature parziali e da un approccio impressionistico agli accertamenti quantitativi su corpora molto ampi e differenziati" (p. XIV).
Alcune tipologie di testi
L'esame di alcune testualità professionali fornisce nel complesso un quadro soddisfacentemente ampio delle ricerche in corso, sebbene si abbia l'impressione che ogni classe di testi costituisca una tipologia da esaminare iuxta propria principia.
Le anamnesi psicoterapeutiche
Nelle anamnesi a carattere psicoterapeutico (Silvana Contento, Roberta Lorenzetti), per esempio, l'uso della prima persona plurale o della prima singolare, la descrizione astratta o personalizzata della relazione terapeuta-paziente, la presenza o assenza di verbi impersonali rivelano l'orientamento cognitivo del terapeuta, di tipo oggettivo o soggettivo.
Il brevetto
Nel brevetto, studiato da Maria Catricalà, la prevalente dimensione performativa e l'interazione fra il testo e le immagini mirano a sollecitare l'interesse del lettore nei confronti del prodotto presentato.
Il comunicato stampa
I comunicati stampa circolanti in rete, studiati da Chiara Coluccia e Riccardo Gualdo, sono caratterizzati da marche formali tipiche dei testi molto vincolanti, pur essendo imparentati con il testo giornalistico e con quello pubblicitario, che "gravitano verso l'area dei testi mediamente vincolanti" (p. 277). La spiegazione di "questa apparente contraddizione", a parere degli autori, sta nel rapporto diretto che si è instaurato, grazie a Internet, tra le aziende e i clienti più diversi, fatto che spingerebbe l'addetto stampa di un'azienda "a preferire le forme, fortemente vincolanti, del comunicato tecnico" di tipo tradizionale.
Le testualità bancarie
Il contributo di Giovanni Acerboni (Le banche e la gestione dell'informazione scritta fra vecchie e nuove tecnologie) sposta l'attenzione su un aspetto metodologicamente rilevante: i testi professionali delle aziende, spesso, sono riservati. Non ha senso, perciò, chiedere di accedervi per pura curiosità scientifica; piuttosto, auspica lo studioso, bisognerebbe elaborare progetti che associno professionisti della scrittura e aziende, in uno spirito di reciproca collaborazione e utilità. D'altra parte, come fa notare ancora Acerboni (ma su questo aspetto si soffermano anche Luisa Carrada e Marco Malaspina), l'avvento di Internet, la comunicazione aziendale interna mediante le intranet e la necessità di gestire un flusso crescente di informazioni ha spinto le aziende a dotarsi di addetti alla scrittura di formazione spesso non umanistica, purché forniti delle competenze tecniche e professionali e dell'elasticità richieste.
La gestione dell'informazione
Nella corretta elaborazione di un testo professionale le strategie testuali e la gestione dell'informazione sono un aspetto centrale e fondante. Tommaso Raso si sofferma su "come organizzare nei vari momenti di progettazione un testo per una specifica finalità e per un canale e un pubblico individuati preventivamente" (In margine alle richieste di fianziamento e ai siti Internet: la gestione dell'informazione). L'intervento di Raso, che va letto nel quadro delle ricerche che lo studioso ha condotto e sta conducendo sull'italiano burocratico e professionale, apre un capitolo sul quale né la scuola né l'università hanno riflettuto abbastanza: lingua e testo sono aspetti diversi, anche se correlati, della scrittura. Il fallimento comunicativo di un testo dipende più da carenze nella progettazione e nella gestione dell'informazione che da errori di lingua.
La progettazione di un testo si affianca ad alcune operazioni solo apparentemente semplici. La corretta messa per iscritto di un testo orale, la sintesi, una parafrasi che non comporti perdita d'informazione sono abilità che trovano (o dovrebbero trovare) uno spazio adeguato nell'addestramento scolastico e universitario, ma che risultano essenziali anche nello svolgimento di molte attività richieste dal mondo del lavoro (basti pensare al verbale, di cui parla Cristina Lavinio, e al curriculum, di cui si occupa Claudio Giovanardi). Scrivere, inoltre, significa anche imparare a convincere, assumendo il punto di vista dell'uditorio cui ci si rivolge, secondo le tecniche dell'argomentazione (vi si sofferma Carmen Dell'Aversano).
Le esperienze didattiche
Assai utile l'ultima sezione, in cui gli organizzatori di corsi d'italiano scritto o di progetti finalizzati alla valorizzazione di attività professionalizzanti nelle facoltà di Lettere e Filosofia descrivono e valutano le proprie esperienze, accludendo interessanti materiali didattici e documentari (Alfieri, Coluccia, Dardano, Franceschini, Librandi-Alfonsi, Morgana, Pallotti, Raso). Il confronto fra le diverse esperienze, qui proposto, è tanto più utile quanto più urgente risulta la creazione di programmi omogenei e proposte diversificate nei corsi di scrittura, dopo l'introduzione nei curricula universitari "di moduli di italiano scritto, di base o professionalizzanti", come ricorda la curatrice (p. XIII).
Le facoltà scientifiche
Programmare un corso d'italiano scritto per studenti di facoltà scientifiche, per esempio, comporta serie difficoltà per un umanista che non abbia anche una conoscenza approfondita degli argomenti su cui i suoi allievi dovranno scrivere, come avverte Marco Malaspina (Alcune riflessioni sulla didattica della scrittura scientifica). Malaspina si sofferma, inoltre, sul fatto che le sorti dell'italiano come lingua della scienza sono segnate irrimediabilmente dalla presenza preponderante dell'inglese. Sia pure.
Mi pare, però, che lo studioso pensi ad allievi di livello culturale piuttosto elevato, cioè, ai "futuri scienziati e ricercatori" che scrivono (o scriveranno) in inglese per garantire ai propri lavori una circolazione internazionale. Non è questo, mi pare, il pubblico cui normalmente si rivolge un corso d'italiano scritto per facoltà scientifiche.
Un corso del genere prepara i futuri professionisti, che stileranno diagnosi, o scriveranno perizie e relazioni, illustreranno bilanci o progetti, rivolgendosi (in italiano, presumibilmente) agli interlocutori più disparati. Non credo, dunque, che la tesi di laurea sia l'ultima occasione nella quale un laureato in materie scientifiche si troverà a usare l'italiano (p. 214). Il fatto che ci siano "anche numerose abilità che risultano utili indipendentemente dalla lingua in cui si scriveranno i testi" è sacrosanto. Tuttavia la progettazione di un testo scritto si conclude con la sua stesura, e la stesura comporta scelte di lingua.
Scrivere un testo professionale significa, infatti, come sottolinea Bruni, selezionare in maniera adeguata e coerente il registro, un registro alto, più alto di quello della lingua letteraria e giornalistica, a causa dei vincoli cui è soggetto lo scrivente: la "concettualizzazione [...], la povertà di soggetti umani, la selezione ristretta dei verbi" (p. 15). E questo problema non può risolverlo l'inglese.
La pubblica amministrazione
Qualche parola sull'italiano della pubblica amministrazione. E' quasi un luogo comune (a tratti fastidioso) dire che la lingua burocratica è spesso vacua e incomprensibile; tanto più apprezzabile chi, come Luca Serianni, ha sostenuto che il linguaggio burocratico è uno degli ultimi serbatoi d'italiano elevato. La questione è stata affrontata, alcuni anni orsono, nei manuali di Sabino Cassese (praticamente irreperibile) e di Alfredo Fioritto (di più ampia circolazione).
Su questo argomento Tommaso Raso ha scritto cose eccellenti, frutto dell'intelligente elaborazione teorica di esperienze maturate sul campo. Stupisce di non trovarne traccia alcuna nell'articolo di M. Emanuela Piemontese (Leggibilità e comprensibilità dei testi delle pubbliche amministrazioni: problemi risolti e da risolvere), in cui si sottolinea debitamente "l'intrigo dei problemi" che qualsiasi riflessione sull'uso di una "lingua storico-verbale" (!) comporta. Ma a parte ciò, non mi pare che la brutale valutazione quantitativa dei dati (l'applicazione dell'indice di leggibilità dei testi) possa da sola risolvere le asperità di un testo burocratico concepito male (per questo rinvio ai lavori di Raso). Scrivere "frasi brevi" e servirsi di "parole di uso comune" saranno anche un punto d'approdo, ma non per ciò sempre felice e auspicabile.
Computer e scrittura
A proposito dell'era del computer (interventi di Harris e Lussu-Perri): si ha come l'impressione che l'avvento della comunicazione in rete abbia innescato la pericolosa tendenza a giocherellare con alcuni suggestivi ma pericolosi luoghi comuni.
Il primo e peggiore, semplificando, è questo: la comunicazione in rete e l'uso dei messaggi SMS starebbero mettendo in seria crisi il tradizionale sistema comunicativo fondato sulla scrittura. Da luogo comune a luogo comune: fondandosi sulla grande quantità di messaggi scritti (spesso scritti male) che invade la rete si direbbe che, almeno nell'immediato, le cose non stiano esattamente così. Che tutto ciò possa avere delle conseguenze in un futuro più o meno lontano è possibile, ma non si vede come ciò possa interessare una prospettiva che privilegia l'analisi del "qui e ora".
Inoltre la domanda, implicita in questi tre interventi: l'ideogramma sta per sostituirsi alla scrittura alfabetica? alimenta, secondo me, un'inconsistente escatologia intellettuale (il fatto, poi, che la teoria di Harris abbia altre implicazioni è questione diversa). Più correttamente, come fanno Raso, Acerboni, Carrada, Tomasi e altri, ci si può chiedere in quale modo la rete stia modificando alcune caratteristiche dei testi scritti.
La scrittura in rete sta imponendo stili e tipi di testo (e modalità di lettura, scrittura, organizzazione del testo) in passato generalmente non praticati (vi si sofferma, tra l'altro, Raffaele Simone, che riprende quanto detto altrove più estesamente). Qualcosa di paragonabile a quando si passò dal rotolo al codice: sta cambiando il nostro modo di interazione fisica col supporto scritto. Quanta porzione di testo riesco a leggere quando srotolo un papiro? Che cosa cambia quando lo stesso testo posso sfogliarlo? Quale forma prende il testo quando l'unità di lettura non è più la pagina che sfoglio ma la videata che faccio scorrere?
Che la rete telematica e, più in generale, il prevalere di una modalità non sequenziale ma simultanea della scrittura (Simone) stiano cambiando il nostro modo di percepire i testi scritti è sicuramente vero. Tuttavia enfatizzare l'iconicità del testo (come fanno gli interventi di Harris, Lussu, Perri) rischia di minimizzare le funzioni comunicative più sofisticate della scrittura, come lingua della distanza comunicativa. Proprio la "cultura accademica", peraltro, ha da tempo richiamato l'attenzione sulla funzione iconica del testo nella cultura occidentale (penso agli studi di Padre Pozzi sulla "parola dipinta"), conosciuta e utilizzata ben prima delle "avanguardie del Novecento" ricordate da Lussu (lo documenta da ultimo il volume Alfabeto in sogno. Dal carme figurato alla poesia concreta, a cura di C. Parmiggiani, Milano, Mazzotta, 2002).
Comunicazione scritta e mondo del lavoro
Concluderei con qualche spunto offerto dal bell'intervento di Gilles Bousquet (The Professional French Master Program at the University of Wisconsin-Madison: New Strategies for a Humanities-Based Professional Curriculum in the Global Marketplace). La parola chiave per intendere le implicazioni del nuovo corso degli studi umanistici, così come viene fuori, nel complesso, da questo volume, sembra essere "interconnessione". In effetti, a chi legga i programmi, allegati in appendice, dei vari corsi di scrittura sorti presso le università italiane, appare chiaro che è in gioco assai più che la semplice, parziale riconversione del senso e della funzione delle facoltà tradizionalmente definite umanistiche. E' in gioco, in un certo senso, la ridefinizione e l'individuazione delle abilità richieste dalla società moderna a chi entra nel mondo del lavoro o a chi cerca di non esserne catapultato fuori, o tenuto ai margini. Non si tratta solo, in definitiva, di insegnare l'italiano, di migliorare le capacità espressive di studenti disabituati alla scrittura e poco avvezzi alla lettura analitica, critica o mirata, quanto, piuttosto, di educare alla comunicazione duttile, all'acquisizione di strumenti che permettano di adattare i propri testi a vari e sempre nuovi interlocutori, per ottenere una comunicazione efficace.