Bice Mortara Garavelli, Le parole e la giustizia. Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, (Torino, Einaudi, 2001)
Recensione di Sandra Covino
1. Il libro è concepito in una prospettiva dichiaratamente retorica e destinato - a giudizio non solo di chi scrive - a lasciare un segno nel campo degli studi sulla testualità; la lunga gestazione traspare dalla lucida impostazione dei problemi, dalla densità informativa, dalla leggibilità e originalità del dettato. Il rigore scientifico dei contenuti e dell'esposizione è infatti felicemente bilanciato dallo sperimentalismo letterario dell'organizzazione macro-testuale, scandita dalle rubriche-sommario che anticipano le "tappe" fondamentali dei singoli capitoli, ed è poi confermato dall'articolazione stessa della materia: argomenti e analisi applicative sono presentati come moduli narrativi dalla progressione non lineare; alcuni indizi, per insistere con le metafore narratologiche, sono accennati e poi lasciati alle indagini - fatte o da farsi - degli addetti ai lavori, altri invece vengono sviluppati in sequenze più ampie con riprese a cerchi concentrici da un capitolo all'altro, come accade ad esempio per l'importante tema dei tecnicismi e della semplificazione "discreta" che riaffiora in diversi punti del libro. Tutto ciò ha l'effetto benefico di allontanare l'illusione della risposta facile e univoca, anche quando si suggeriscono soluzioni a evidenti distorsioni comunicative e grammaticali.
2. Nel primo capitolo si introducono tematiche di comune interesse per linguisti e giuristi, ma soprattutto è ospitata un'esauriente e aggiornata panoramica sui metodi e le prospettive degli studi di linguistica giuridica, in Italia e all'estero: dagli interventi pionieristici di Giacomo Devoto e di Giovanni Nencioni ai più recenti apporti della pragmatica, della sociolinguistica, dell'informatica che hanno permesso l'elaborazione di criteri guida per la stesura di testi normativi, per la verifica dell'efficacia e della leggibilità, per il parziale superamento delle difficoltà traduttive, ecc. L'autrice fornisce un catalogo dei principali testi giuridici italiani, suddivisi in normativi, interpretativi e applicativi, secondo variabili legate alle origini e ai modi della loro produzione. L'esame condotto nei capitoli successivi si ispira però a criteri diversi: l'analisi interpretativa e la ricerca statistica delle ricorrenze e delle combinazioni dei fenomeni punta, conformemente ai principi della "linguistica dei corpora", all'individuazione di alcuni tratti di superficie che possono essere utilizzati per distinguere specifiche classi di testi normativi, ma permette anche di andare ben al di là di questo obiettivo specifico. Esempi tratti da fonti giuridiche consentono infatti di illustrare meccanismi linguistico-testuali di portata generale. "Non è un caso - scrive Mortara Garavelli - che, fra le proposte di una tipologia generale dei testi, la più elegante e innovativa sia maturata come supporto a un'analisi del linguaggio giuridico". Lo stesso autore di quella proposta, Francesco Sabatini, nel recente convegno di Perugia (cfr. La scrittura professionale: ricerca, prassi, insegnamento, a cura di S. Covino, Firenze, 2001, p. 98), è tornato a sottolineare che il testo di legge deve essere considerato "pietra angolare in qualsiasi edificio di tipologia dei testi", proprio a causa della sua vicinanza al "sistema virtuale della lingua", cioè per la sua natura esplicita, referenziale, impersonale, che mette fuori gioco la ricerca di effetti speciali. Ciò vuol dire che certi congegni testuali di particolare complessità, come quelli condizionati dalla concatenazione degli elementi e dall'organizzazione logica e retorica del discorso, possono essere osservati nella scrittura legislativa al loro "grado zero"; conseguentemente risulta più facile metterli in luce. In questo senso il libro qui recensito riveste un interesse notevole per tutti i linguisti attenti alla "grammatica del testo", non solo per gli specialisti del settore a cui appartiene il campione prescelto.
3. Nel secondo capitolo, a partire dalla teoria degli atti linguistici di Austin e Searle, si indaga la forza illocutiva dei "contrassegni linguistici" (tempi e modi verbali, marche di persona, verbi modali, ecc.) della normatività, di cui si illustrano le diverse modalità sulla base delle distinzioni prodotte da filosofi del diritto e da linguisti (Amedeo G. Conte, Maria-Elisabeth Conte, Georg H. von Wright). L'attenzione poi si concentra sulle strutture discorsive e retoriche che riguardano la coesione interna e intratestuale (connettivi, ellissi, anafore, deissi testuale); i rapporti tra gli enunciati e il contesto; i collegamenti e la distribuzione delle unità informative, specie per ciò che concerne l'ordine delle parole nella progressione tematica, particolarmente condizionato nel testo legislativo dalla continuità del topic e dall'ordinamento gerarchico della materia secondo schemi e ripartizioni fisse (libri, titoli, capi, sezioni, paragrafi, articoli) con intitolazioni e rimandi interni. Utile ai fini della caratterizzazione tipologica anche la rassegna delle assenze, tra cui quella dei tratti che Mortara Garavelli definisce, con Benveniste, i "testimoni" della "soggettività" del linguaggio: pronomi di prima e di seconda persona, deittici di tempo e di luogo, alterati, esclamazioni ed altre spie della funzione emotiva, congiunzioni testuali, discorso diretto, ecc. Non mi sembra fuori luogo, a questo proposito, notare le convergenze con alcuni sondaggi compiuti sul registro dell'italiano professionale da Francesco Bruni, che ne ha individuato alcuni tratti tipici nella continuità tematica e nel basso tasso di ellissi, nella rarefazione del soggetto umano e nella conseguente assenza di dialogato, nella selezione ristretta dei verbi, nella nominalizzazione (cfr. La scrittura professionale, cit., pp. 3-15). Entrambi gli studiosi concordano inoltre nel ritenere che l'abuso delle formulazioni sintetiche astratte, così come il ricorso a specialismi non necessari e a complicazioni sintattiche inutili, vada senz'altro censurato in quanto offusca l'efficacia comunicativa del messaggio, ma sia Bruni sia Mortara Garavelli - e certo non da soli - hanno in più occasioni ricordato come l'auspicabile processo di semplificazione (quanto mai opportuno per i testi burocratico-amministrativi, destinati a cittadini non specialisti di diritto) non può ignorare i vincoli formali e sostanziali imposti dalla necessità della precisione e che un certo grado di formalità e di generalità è richiesto dalle stesse caratteristiche stilistiche dei testi normativi, come di quelli tecnici e scientifici. I fenomeni evidenziati nel terzo capitolo di Le parole e la giustizia confermano del resto che la conciliazione tra rigore e comprensibilità non implica solo un ragionevole intervento sulla terminologia ma riguarda la consapevolezza del valore performativo dei testi, il controllo della sintassi, l'efficacia comunicativa dell'organizzazione retorico-testuale. In questa prospettiva nel libro vengono esaminate anche l'incidenza e la funzione di alcuni schemi retorici: dalle ripetizioni (che assicurano l'univocità della referenza e nei testi giuridici andrebbero tutt'altro che evitate) alle elencazioni o enumerazioni (che in alcuni casi si traducono in accumulo disomogeneo invece di contribuire all'ordine e alla scansione logica dei contenuti), alle relazioni di causalità e ai connettivi che le esprimono (con una rassegna statistica ragionata delle occorrenze e delle assenze). Né manca una riflessione sul tasso di figuralità dei testi normativi: le classiche figure dell'ornatus non sono assenti, ma il loro carattere appare scarsamente inventivo, lontano da finalità estetiche, come nel caso delle metafore "tramandate, ereditate in base a stereotipi", presenti nei discorsi tecnici, che Gabriella Alfieri definisce "ricevute" (in F. Bruni et al., Manuale di scrittura e comunicazione, Bologna, 1997, p. 187).
4. L'ultimo capitolo basterebbe da solo a decretare la novità e il "peso specifico" del libro che lo contiene. Rappresenta infatti uno dei pochi tentativi compiuti finora in Italia, nel panorama ancora povero - rispetto ad altri paesi - degli studi sull'argomentazione, di recuperare e applicare le categorie e i dispositivi della retorica classica e della cosiddetta nuova retorica all'analisi di un discorso persuasivo profondamente legato alle origini stesse della retorica, ma ancora oggi vitale e di grande presa sul pubblico (basti pensare agli indici di ascolto di trasmissioni radiofoniche e televisive di processi): l'oratoria forense. Attraverso un'ampia documentazione costituita da trascrizioni di arringhe di famosi avvocati penalisti del XX sec., l'autrice compie un riesame delle tecniche del confronto dialettico e della persuasione retorica nella sua duplice componente, razionale ed emotiva. L'analisi mostra, utilizzando anche recenti teorie linguistiche, psicologiche e pragmatiche sui principi dell'interazione comunicativa, come gli elementi portanti dell'oratoria giudiziaria, logos, ethos e pathos, siano profondamente interconnessi e risultino inscindibili nel concreto della prassi argomentativa. Il modello di Van Eemeren e Grootendorst, che enuncia le regole fondamentali della corretta argomentazione, viene opportunamente richiamato proprio per dare un inquadramento teorico agli "espedienti più comuni nell'esercizio dell'eloquenza forense", che a quelle regole molto spesso contravvengono. Argomenti inaccettabili sul piano logico, le cosiddette fallacie, possono infatti risultare pragmaticamente accettabili, in base alla loro validità persuasiva, al punto da rappresentare procedimenti topici nelle arringhe difensive, come ad esempio l'argumentum ad hominem utilizzato per screditare i testimoni dell'accusa. D'altra parte, già Aristotele sapeva che la ricerca di effetti "patetici" spesso si avvale proprio delle procedure logiche dell'argomentazione, induttive e deduttive, ossia di esempi e di entimemi. Acutamente l'autrice nota che le regole del dibattimento poste dal nuovo codice di procedura penale hanno determinato un sensibile cambiamento di stile persino nelle perorazioni finali in Corte d'Assise, dove la tradizionale "foga oratoria" cede sempre più spazio a toni controllati e a conclusioni che appaiano frutto di una dimostrazione coerente. Ciò nonostante e significativamente, il libro si chiude con un richiamo all'interesse e all'attualità di quelle ricerche che, rifacendosi all'anima psicagogica della retorica, tentano di scandagliare le leggi che regolano i rapporti tra linguaggio e affettività.