Italiano scritto

Speech writing:
otto domande a Simona Mazzolini

1. Che lavoro fa?

Mazzolini. Sono speech writer. Scrivo discorsi che qualcun altro legge, pronuncia, interpreta. Spesso mi sento chiedere se esiste davvero un mestiere così. Esiste, anche se in Italia non siamo in molti a farlo in modo non occasionale e, soprattutto, se ne parla pochissimo. Forse perché in un popolo di poeti è diffusa la convinzione che tutti dovrebbero essere capaci di scrivere e si sottovaluta il fatto che per costruire un buon discorso occorre una professionalità specifica. Nella maggior parte delle persone, la figura dello speech writer non evoca quella di un professionista, ma quella di Totò nei panni del pubblico scrivano di Miseria e Nobiltà: quel Don Felice Sciosciammocca che accoglie i clienti con un "Dunque. Lei è ignorante? … Bravo, bravo!".

2. Come si diventa speech writer?

Mazzolini. In due modi. Il primo è per affinità: se fai il giornalista, o il comunicatore per qualche grande struttura, prima o poi qualcuno ti chiede di scrivere un discorso, poi un altro, poi diventa il tuo lavoro di ogni giorno. Il secondo è quello che è capitato a me: per caso. Nell'organizzazione per cui lavoro mi occupavo di problemi della città e del territorio. Un giorno, poiché rappresentavo questa organizzazione in una commissione comunale sugli orari, mi fu chiesto per competenza un intervento sul tema del tempo per l'allora presidente. Gli piacque, e volle che glieli scrivessi tutti, indipendentemente dall'argomento. Così è cominciata la mia avventura con la scrittura. Come si scrive un discorso? Me lo sono chiesto anch'io quando ho cominciato. Ho cercato conforto in libreria, ma ho trovato solo pochi manuali scritti in inglese e zeppi di consigli "made in USA": le dieci regole per preparare un discorso efficace, come scrivere il discorso del secolo, conquista il tuo pubblico con più di 5000 citazioni di antichi e contemporanei, i grandi segreti dello speech writer ufficiale della Casa Bianca (1). Ho sempre diffidato delle schematizzazioni facili, perché si addicono poco alla nostra cultura e creano gabbie troppo strette: i miei primi tentativi di discorsi sgusciavano fuori infilandosi tra una sbarra e l'altra. Con l'esperienza ho capito che scrivere un buon discorso somiglia di più a un abito di alta sartoria che a un prêt-à-poter.

3. Da dove parte il processo che porta alla realizzazione di un discorso?

Mazzolini. Prima di tutto è necessario sapere chi lo userà, per quale scopo, in che contesto sarà utilizzato, quanti e quali saranno gli ascoltatori, quanto a fondo conoscono il tema e via dicendo: senza queste informazioni, tanto vale non cominciare nemmeno. Poi inizia il lavoro vero e proprio: ascolto, scelta delle fonti e raccolta delle informazioni, scrittura e condivisione. La prima fase è quella in cui il cliente entra in bottega e ti ordina il vestito. È il momento del dialogo, serve a farti raccontare dal diretto interessato che cosa vorrebbe; ed è importante ascoltarlo con le orecchie, per non perdere una parola; con il cervello, per intuire quali sono i concetti forti su cui fare leva scrivendo; con il cuore, per cogliere le parole e i contenuti che il tuo interlocutore sente più "suoi", quelli che toccano le sue corde emotive e che lasceranno trasparire emozione anche quando pronuncerà il discorso che stai costruendo per lui.

4. Se è il committente a indicare i contenuti, perché cercare altre informazioni?

Mazzolini. Quando si rileggono gli appunti, o si ascolta la registrazione della chiacchierata, quasi sempre, sono poco più che spunti, spesso molto confusi e quasi mai legati l'uno all'altro. Insomma, si sono sì e no prese le misure. Ora si deve abbozzare il modello (una primissima ipotesi di scaletta) e scegliere la stoffa: naturalmente, da un fornitore di fiducia. Chi lavora in un'organizzazione può contare sulle competenze che fanno parte della stessa struttura. Molto spesso, ad esempio, io acquisisco testi grezzi prodotti da colleghi esperti in questa o quella materia, o chiedo loro specifiche informazioni. Ma un libero professionista deve saper cercare, prima di tutto scegliendo con cura le sue fonti, siano esse persone o testi scritti, su carta o sul Web. Va da sé che una fonte affidabile è una garanzia necessaria (anche se non sufficiente) della validità di un'informazione. A questo punto, si può perfezionare il modello e tagliare il tessuto.

5. Siamo arrivati alla scrittura.

Mazzolini. È un momento chiave. Si devono usare le parole per spiegare, per intrattenere, per coinvolgere, per commuovere … Ma i discorsi che danno più soddisfazione a chi li scrive sono quelli fatti per convincere. A questo punto dovrei dire che un discorso è composto da un'introduzione, da una parte centrale e da una conclusione, che la prima e l'ultima parte sono quelle decisive agli effetti della persuasione, che si possono usare le armi della retorica, che è meglio non abusare di citazioni … Sono consigli che valgono, in diversa misura, per qualunque tipo di scrittura professionale ma che, in questo caso, non vanno presi troppo alla lettera. Perché si sta cucendo un vestito su misura, che non deve andare bene a tutti quelli che portano la taglia cinquantadue, ma essere perfetto per l'unica persona che lo indosserà: deve avere la "sua" personalità. Deve avere un ritmo, un'alternanza calibrata di toni, guizzi capaci di catturare chi ascolta e di colpirlo al cuore. Per riuscirci, capita spesso che un discorso vada oltre i limiti dell'ortodossia della scrittura. Ad esempio, l'uso che io faccio della punteggiatura è a dir poco improprio. Se ho a che fare con qualcuno poco abituato a parlare in pubblico, metto un punto fermo ogni tre parole, e do almeno cinque a capo per convincerlo che lì, proprio lì, deve fare una pausa. Molte persone trattano virgole e punti e virgola come semafori gialli: invece di fermarsi, premono sull'acceleratore.

6. Che cosa intende per "condivisione"?

Mazzolini. Una volta che l'abito è cucito, bisogna metterlo in prova. Ogni parola scritta viene condivisa con il committente e potrà capitare di doverla correggere, cancellare o riscrivere molte volte. In questa fase, chi pronuncerà il discorso ha il diritto di mettere in discussione tutto, dalla scelta delle argomentazioni a quella degli aggettivi, e di manifestare qualunque dubbio o incertezza. È qui che il testo si spoglia della personalità di chi l'ha scritto e assume quella di chi lo dovrà utilizzare: per questo bisogna saper cogliere il modo naturale di essere e di porsi del "lettore", in gergo speech maker, e trovare una risposta efficace a tutte le sue obiezioni, senza per questo assecondarne ingenuità o capricci espressivi.

7. Qual è la difficoltà maggiore di questo lavoro?

Mazzolini. Fare i conti con la mancanza di tempo. Prima ho descritto una sorta di processo ideale, che è possibile seguire quando si può fare una programmazione adeguata. Ma capita che il committente chiami al telefono da qualche centinaio di chilometri di distanza e dica: "Domani mi hanno invitato a parlare sul tale tema, mi mandi qualcosa". È chiaro che in quel caso non sarà possibile preparargli il discorso migliore del mondo, ma bisognerà scriverne uno che sia comunque dignitoso, credibile e il più possibile efficace. Per cavarsela, serve anche avere un buon controllo dello stress.

8. Qual è l'aspetto più piacevole di questo lavoro?

Mazzolini. La telefonata da qualche centinaio di chilometri di distanza. Se arriva, vuol dire che si è stabilito un rapporto di fiducia solidissimo, cosa per niente scontata: molte volte, chi si rivolge per la prima volta a uno speech writer lo fa perché qualcuno lo ha consigliato in questo senso, ma è assolutamente convinto che potrebbe benissimo fare da sé. L'unico modo per fargli cambiare idea è scrivere discorsi che gli vadano così a pennello da dargli la sensazione di averli pensati lui, proprio così come sono.

 

(1) Jeff Scott Cook, The Elements of Speechwriting and Public Speaking, Macmillan - USA, 1989; Judith A. McManus, How to Write and Deliver an Effective Speech, Macmillan - USA, 1998; Alan M. Perlman, Writing Great Speeches, Allyn and Bacon - USA, 1998; Philip R. Theibert, How to Give a Damn Good Speech, Career Press - USA, 1997.

Questa pagina è stata pubblicata il 31 dicembre 2002.